Genova per me…

Genova è nel mio cuore fino dall’infanzia. Per me, nato nella provincia torinese, la Liguria è sempre stata ammantata di un alone di fascino. Per noi piemontesi rappresenta l’accesso al mare a poco più di un’ora di macchina se vai nel ponente e qualcosina di più per il levante. I paesini incantevoli, la focaccia tradizionale, quella di Recco, l’acquario, la tradizione musicale, la storia antica e moderna. Cazzo, la Liguria!

Per me però c’è una ragione in più per amarla, e per amare Genova in particolar modo ed è la musica di Fabrizio De André. Sì lo so, dopo la sua morte è diventato mainstream, fottencazzo.

La prima volta che ascoltai, anzi imparai, una sua canzone avevo all’incirca otto anni, era il 1978.

Ero alle colonie dell’Olivetti. Sono felice che all’epoca fosse in voga la moda della chitarra e dei cantautori impegnati e che i nostri monitori non ne fossero esenti. Uno di loro ci insegnò “la guerra di Piero”. Dio, avevo otto anni e mi innamorai di quella canzone, poi di un’altra e un’altra ancora. A tredici anni, era il 1983, comprai la mia prima audiocassetta, l’album dell’Indiano e al suono di quelle melodie blues-rock-folk mi innamorai definitivamente di quella voce paterna, di quelle parole così matematicamente precise e curate che non potevano essercene altre al loro posto. Imparai tutte le sue canzoni in dialetto genovese (e anche quelle in sardo) e iniziai a desiderare di vedere i luoghi dove erano nati brani come “la città vecchia”, “via del campo”, “le passanti”, “a Dumenega”, ma soprattutto comprendere perché quella città speciale fosse una culla così favorevole allo sviluppo di uno dei più nutriti gruppi di cantautori di qualità come Lauzi, Fossati, Bindi, Tenco e di musicisti di caratura come i fratelli Reverberi, i Matia Bazar dell’epoca d’oro, la lista sarebbe infinita. Così appena ebbi le possibilità economiche e l’età dell’autonomia che nel mio caso arrivò ben prima dei diciott’anni, inaugurai una mia personale tradizione che dura tutt’oggi che di anni che ho quarantaquattro.

Nel mio immaginario Genova è così speciale che, da appassionato di fumetti super-eroistici quale sono, ho sempre immaginato che se mai la Marvel avesse deciso di ambientare un’avventura dell’Uomo Ragno nel nostro Paese, Genova sarebbe stato un set perfetto, con quei viadotti altissimi e quei palazzi messi uno sopra l’altro. Sai che figata vedere sfrecciare l’amichevole uomo ragno di quartiere mentre qualcuno vedendolo grida “belan!”

Quando nell’estate del 2012 partii per percorrere 480 chilometri a piedi in direzione di Roma, fu proprio da Genova che decisi di partire. Portai con me un disegno fatto da me, ritraente Faber, andai allo Staglieno, mi fermai per un po’ sulla sua tomba, lasciai lì il disegno sul cui retro scrissi tutto quello che per me aveva significato la sua musica e iniziai il mio viaggio.

Ecco, credo che questo possa dare una piccola misura di cosa io stia provando in questo momento, dopo il dramma che ha colpito La Superba, la mia adorata Genova.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Alluvione-Genova

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